mostra d'arte
Sguardi Plurimi | a cura di Carlo Franza e Tiziana Valzelli
Sondrio | 10 > 31 gennaio 2020 | MVSA Palazzo Sassi de' Lavizzari, via Maurizio Quadrio 27
Orario: martedì>domenica | 10.00>12.00 / 15.00>18.00

Inaugurazione venerdì 10 gennaio 2020 alle ore 18.00 "Sala dei Balli" di Palazzo Sertoli

La mostra nata da un’idea della Professoressa Tiziana Valzelli (Accademia di Brera- Milano) formula  un “Crocevia di visioni”, un progetto che basa le sue fondamenta su due specifiche problematiche, l’ARTE e la COMUNICAZIONE, osservando l’ampliarsi di questi pensieri in un itinerario multiculturale. La ricchezza del rapporto tra Nazioni quali l’Italia, la Romania e la Germania, si sviscera attraverso il confronto delle esperienze nel campo artistico e in quello delle loro scuole. Un percorso, che nell’attualità del rapporto tra più paesi, vede e supera qualsiasi tipo di barriera per generare un lavoro collettivo, un messaggio sociale, un’impronta educativa ma soprattutto un dialogo internazionale. 

Tutto ha origine dall’esperienza nella “scuola di Cluj”, per sua vocazione aperta e interdisciplinare, dove sotto la guida di Ioan Sbârciu si sono incontrati vari artisti e si è elaborata la volontà di un dibattito generazionale sul tema dell’arte. Un crocevia di visioni e di sguardi che nell’oltrepassare l’inconscio sentimento di appartenenza, punta al libero pensiero in quel che è l’essere artista di ognuno. Un confronto che nell’insegnamento come evoluzione dell’esistenza umana ne vede la ragione e gli scopi in una libertà di pensiero e di vita, dove i luoghi dell’arte nelle singole opere, infrangono i confini di qualsiasi geografia.

Tre artisti, Ioan Sbârciu, Markus Lüpertz e Guido Pertusi, tutti docenti in prestigiose Università di Arte e Design europee si propongono affiancati a tre artisti di più giovane età, Olimpia Bera, Ramona Raus e Anna Mottarella, cercando un componinento dialogico non solo generazionale ma come processo generativo di nuovi linguaggi artistici. Nella mostra questo dialogo volutamente impostato sul pensiero di abbinamento, vuole proporsi come momento di riflessione in una prospettiva globale più ampia che poi presentandosi itinerante, legge e fa leggere gli aspetti di contaminazione culturale e sociale, ma anche il superamento nelle trasformazioni che il quotidiano inteso come momento contemporaneo sa dare a ogni individuo.

All’inaugurazione ci sarà una prolusione del Prof. Carlo Franza, curatore della mostra, unitamente alla partecipazione di intellettuali italiani e stranieri e di numerosi collezionisti.

Scrive Carlo Franza:“ L’anima può parlare con gli occhi e baciare con lo sguardo” [G. A. Becquer]. L’arte viene dalle profondità misteriose del mondo e del tempo, portando con sé quanto laggiù è sospeso e indefinito. E lo fa negandosi a una modernità che tutto dissimula. Nel suo realizzarsi, l’arte richiede lo sconvolgimento del finito. Reclama di portarsi verso ciò che non è ancora formato, ovvero verso quello spazio aperto che preme dalle profondità dell’altrove. Ogni discesa nell’interiorità -dice Novalis- è anche “ascesa, viaggio al cielo-sguardo volto al davvero esteriore”. Ora, ordinare e mettere a punto una mostra sul contemporaneo, presuppone sapere che fin dagli anni Cinquanta del secondo dopoguerra, alla categoria del bello è stata sostituita quella di interessante. Ogni percorso artistico e ogni singola opera derivano essenzialmente da uno scenario che l’artista proietta sulla cultura, considerata a sua volta come cornice narrativa che produce nuovi possibili scenari in un movimento senza fine. Stante ciò, l’opera contemporanea non è più il punto finale del “processo creativo” ma un sito di partenza, di navigazione, penserei addirittura a un portale, a una sorta di generatore di attività. Riscrivere la modernità è il compito storico di questo inizio del XXI secolo, non ripartire da zero, né ritrovarsi spaesati dinanzi all’archivio della storia, ma inventare e selezionare. La fondazione di un discorso ipermodernista e transmodernista parte proprio dagli scritti teorici di Clement Greemberg secondo il quale la storia dell’arte è una narrativa lineare, teologica, una logica all’interno della quale ogni opera del passato si definisce grazie alle relazioni con quelle che la precedono. Per Greember la storia dell’arte moderna e contemporanea è una progressiva purificazione della pittura e della scultura, questa storia deve avere più di un senso e questi sensi devono essere organizzati in una narrativa lineare. La modernità si è aperta con una serie di teorie destabilizzanti che hanno contribuito a corrodere nel tempo le nostre convinzioni e le nostre certezze. Tutto ciò ha avuto delle conseguenze anche nella storia dell’arte che è diventata sempre meno certa dei suoi momenti fondamentali. Ed è proprio alla luce di questi evocanti presupposti di base che nasce questa mostra riflessa attorno a traiettorie misteriose, a “sguardi plurimi”-come titola l’esposizione-, entro i limiti spazio-temporali di un’arte europea, in un clima di scambi e di confronti tra generazioni, tra tre aree (Italia - Romania - Germania) cui appartengono  i tre artisti tutti docenti in prestigiose Università di Arte e Design Europee, e cioè Ioan Sbârciu (Università Arte e Design di Cluj-Napoca), Markus Lüpertz (Accademia di Belle Arti di Düsseldorf), Guido Pertusi (Accademia di Belle Arti di Brera); a questi tre illustri maestri di chiara fama si affiancano tre artiste assistenti, nello stesso ordine dei tre elencati,  quindi  Olimpia Bera, Ramona Raus, Anna Mottarella.  Il recente lavoro di Markus Lüpertz procede ancora, come aveva già fatto in precedenza negli anni ‘80 divenendo uno dei più formidabili dei pittori neoespressionisti tedeschi, mettendo in cortocircuito due punti focali, ovvero l’inquadramento rigido della cultura museale - gli echi picassiani e classici-  combinato a quella vaga cortina che circonda la cultura popolare.

E certamente i motivi tedeschi della sua arte, e via via tutto lo snodo espressionista e transavanguardista, esplorano i limiti del non-artistico in una direzione talvolta insensata in quanto fronteggia la cultura nel profondo, il suo idealismo formale, ma anche ogni volontà individualistica di salvezza. Basti osservare lo scontornamento delle sue immagini e dei dipinti, che ci pare  proprio una delle strategie più importanti della cultura contemporanea, l’inclusione dell’iconografia popolare nel sistema della grande arte, lo spaesamento di opere classiche e canoniche verso contesti banali. E in questo elogio della suo fare si concentra il dramma della coscienza in balia delle proprie ombre, affascinata e insieme terrificata dall’oscura presenza della vita, dalle inquietudine del corpo e dai turbamenti dell’eros. Ioan Sbârciu vive oggi una pittura che attraversa in pieno la cultura europea, in quanto i dipinti di grandi dimensioni lasciano leggere più orizzonti, macchie di colore il cui pigmento assume andamenti nebulosi o luminosità vibranti. Il colore di Sbârciu allineato a quanto fece brillantemente Rothko, accenna alla ricerca di quantità della luce, di una luce che infine è materia, sia pure la più rarefatta. Spazi, paesaggi che suggeriscono elementi primordiali, dall’acqua all’aria, alla luce e al buio. Sbârciu sembra farci sentire e vivere la contemplazione di silenziose profondità, e in questa alchimia sottilissima che l’artista ci offre, quasi a rimanere sospesi nella sua atmosfera d’altri mondi, ci fa avvertire la profondità di un messaggio quasi biblico.  Il lavoro di Guido Pertusi lascia leggere opere che non sono solo  pura forma e immagine, ma per via dell’impressione di spazialità aprospettica indotta dai segni-colore, esse assumono anche una consistenza oggettuale, di realtà plastica aggettante. E se protagonista è il segno-colore, spesso anche monocromo, che si connota come presenza, manifestazione, risultato di un’energia interiore, questo segno è l’elemento alfabetico essenziale del suo lessico visivo. Di forte impatto anche le forme plastiche dove Pertusi sperimenta l’assenza del limite, in quanto amplia i confini della percezione che si estendono ad infinitum. In mostra, dicevamo, si affiancano ai tre maestri, tre giovani assistenti, tre artiste che appartengono a giovani generazioni, e che hanno e stanno interpretando lo spirito dei miti del nostro tempo. Olimpia Bera lascia leggere nei suoi dipinti i temi del mito, dell’inconscio e della natura; lo fa catturando e manifestando i simboli eterni che motivano ed esprimono le idee psicologiche fondamentali, ma anche le passioni primordiali  nutrite di un gusto romantico e altalenante in una dialettica che  poggia nel buio e nella luce. Ecco che i suoi dipinti astratto-informali si avvolgono in un linguaggio plastico ispirato da una volontà ritualistica orientata verso una saggezza metafisica. Ramona Raus fa leggere l’attualità del suo dipingere nella cornice dell’espressionismo astratto con tutta la sua tradizione di colore, spazio e immagine. E con il suo modernissimo linguaggio, svela la sua potenza creativa e l’eccezionale consapevolezza  matura della forma  che gli permette il gesto assolutamente nuovo e altalenante tra  sciabolate di colore che deborda fra altezze e larghezze. Apre così la sua pittura a mondi scompaginati che danno luogo ad una spontaneità di fioriture, di spaccature, di cancellazioni, di gocciolamenti, di aggregazioni; in sostanza i dipinti comunicano direttamente le scosse emotive dell’artista.  

Il linguaggio informale di Anna Mottarella svela ampiamente il senso delle sue ricerche volte a reinventare l’articolazione primaria dello spazio e delle forme, sia come stimolo di sorpresa percettiva, sia come scoperte di sintesi formali del nostro tempo.  Anche qui, la natura svolge un supporto stringente, da cui muove un’energia in letargo, l’esaltazione della grandezza dei vuoti e dei pieni, di lacerti e macchie di colore, intense, chiare e potenti; nei dipinti la spazialità diventa materiale in tensione, struttura che si disloca nello spazio, dove la totalità assoluta è ridotta a una parte, a un frammento del mondo, al torso di un simbolo. La Mottarella esempla l’eternità del tramonto, non come dato naturalistico ma certamente concettuale, descrivendo una sorta di lacerazione del mondo, un profondo che vive oltre ogni superficie.

E per finire aggiungo che il mio vedere è un raccogliere.   Il mio sguardo sulle cose, sugli esseri, sulle opere di questi artisti riuniti in mostra, -lo svelamento dei loro sguardi plurimi- mi porta a dire che le loro immagini sono configurazioni e ciò che fu originariamente avvistato è ormai trascorso, rammemorato nell’artista, sublimato nell’immagine. Ora un cerchio è tracciato, perché attraversando le immagini, le opere, oltre queste vi è una meta, la bellezza della contemplazione”.                                                                                                                    

 Biografia del curatore

Carlo Franza, nato nel 1949, è uno Storico dell’Arte Moderna e Contemporanea, italiano. Critico d’Arte. E’vissuto a Roma dal 1959 al 1980 dove ha studiato e conseguito tre lauree all’Università Statale La Sapienza (Lettere, Filosofia e Sociologia). Si è laureato con Giulio Carlo Argan di cui è stato allievo e Assistente. Dal 1980 è a Milano dove tuttora risiede. Professore Straordinario di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea, Ordinario di Lingua e Letteratura Italiana. Visiting Professor nell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e in altre numerose Università estere (Università della Slesia, State University di New York, ecc.). Docente nel Master Universitario dell'ARD&NT Institute (Accademia di Belle Arti di Brera e Politecnico di Milano) in The Other Photography e nel Master Universitario “Management e Valorizzazione dei Beni Culturali” allo IED di Milano. E' Consulente Tecnico del Tribunale di Milano per l'Arte Moderna e Contemporanea. E’ stato indicato dal “Times” fra i dieci Critici d’Arte più importanti d’Europa. Giornalista, Critico d’arte dal 1974 a Il Giornale di Indro Montanelli, poi a Libero fondato da Vittorio Feltri e diretto da Maurizio Belpietro. Nel 2012 riprende sul quotidiano “Il Giornale” la sua rubrica “Scenari dell'arte”. E’fondatore e direttore del MIMAC della Fondazione Don Tonino Bello. Ha al suo attivo decine di libri fondamentali e migliaia di pubblicazioni e cataloghi con presentazioni di mostre. Si è interessato dei più importanti artisti del mondo dei quali ne ha curato prestigiosissime mostre. Dal 2001 al 2007 è stato Consulente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ha vinto per il Giornalismo e la Critica d’Arte, il Premio Città di Alassio nel 1980, il Premio Barocco-Città di Gallipoli nel 1990, il Premio Cortina nel 1994, il Premio Saint Vincent nel 1995, il Premio Bormio nel 1996, il Premio Milano nel 1998, e il Premio delle Arti Premio della Cultura nel 2000 (di cui è presidente di giuria dal 2001) e il Premio Città di Tricase nel 2008. Nel 2013 ha vinto il Premio “Berlino” per il Giornalismo e la Critica d'Arte. Nel 2016 ha vinto a Roma nella Biblioteca Vallicelliana il Premio ARTECOM-onlus per il Giornalismo, la Docenza Universitaria e la Critica d’Arte.

 

 

 

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